venerdì 21 giugno 2024

morti in terra

 

Chiudo gli occhi, senza felicità!

Sono cieca, di una cecità palustre.

Chiudo questi miei occhi perché non siano testimoni,

per proteggermi (o per viltà?).

Sotto le palpebre serrate soffia il grido rauco: Salva!

Ma tutto questo è già dentro,

violata, compromessa!!

Non saprò mai più cos’è un uomo.

Indigeribile, il boccone stopposo che mi s'è ficcato in cuore.

Chiudo gli occhi lividi, per amare questo dolore nelle cavità più intime, come un diario segreto chiude a chiave i suoi pensieri umidi.

In tutte le morti, in questa terra, c’è la mia arroganza di aver capito la vita.


la promessa

 

giungeva all'albero fiorito con incanto:

"se ti accarezzo mi fai entrare?"

L'albero non rispose!


escatologia dell'umana preghiera

 

Aveva pregato molto nella sua adolescenza, alla rinfusa, senza un reale sostegno che non provenisse dall'intuizione imberbe di creatura remota.

Si rassomigliava nei pianti pluviali che le ingombravano il viso. 

Origliava le grida "felici", le voci nel mondo fuori campo e non si cavava il coraggio d'esserne parte.

Un inganno, il coraggio.

Un prestigio raffinato, di cui era spuria?

Era nulla! Senza coraggio: il nulla!

Ecco che piangeva e pregava rinnovando riti.

Pregare fu l'unico atto di puro coraggio, un'acrobazia risoluta che l'avvicinava al mistero,

laddove le risposte giungevano fresche come lacrime oceaniche.

Il nulla, quello spazio bianco dentro il cuore sgarbato, rammemora oggi con consolazione.


severe stagioni

 

pressappoco trascorsero…. 

epoche di paralisi emozionale,

tutto quel tempo recrudescente e mai un prolasso del cuore. 

Nel "sonno" le possibilità di esistere e bleffare gratificano ogni volgarità. 

Un risveglio atipico, soggiogato alle nuove leggi: stagioni severe, prudenza!

“Avevi la luna fra le mani, ti dilegui con i suoi chiaro scuri e mi lasci nuova”!

Chiassosi, rubicondi sorrisi,

mi rivelano sincera.


anima e corpo

 


Così il corpo, diafano, cerca di rendersi visibile all'anima:

disadorno, ch'ella possa penare nel sugo degli umori.

Il digiuno incendierà la necessità dell’una per l'altro,

come la sete si riposa nell’acqua


mercoledì 29 maggio 2024

un grido sul cielo (racconto breve)

 


Francesca è appesa allo strapiombo roccioso, implacabile giudice del suo destino.

Sotto di lei: maglie di sassi; un cimitero plumbeo di piccoli teschi di pietra; poco più in là: il mare placido di luglio, diafano, imparziale.

La precarietà della sua esistenza rende cara a questa ragazza, quanto mai prima, la vita.

Fra tanto castigo, il rituale di sopravvivenza intona preghiere sgomente, urlate dalla pelle al sole bruciante.

Francesca ricorda di esistere!

Senza preavviso, mentre ogni cranio di sasso laggiù, a quindici metri di distanza, spalanca le fauci grigie in attesa della preda volante, il fulmine di un’immagine: Giorgio le chiede di finirla con queste pericolose prove d’affetto! Lo fa investendo la ragazza di ricordi che, puntualmente, incidono con un timbro indelebile la mente compromessa – non è certo la prima volta. Negli attimi che scandiscono la scena drammatica a molti metri sopra la schiuma delle onde, i ricordi si palesano semplici e puri, proprio come quel mare che se ne frega di tanto pericolo e prosegue la semplicità del suo andirivieni. La nostra fanciulla, ostinata a scalare quella montagna marina di preistoriche dimensioni vuole raggiungere la vetta più alta, sedersi lassù e librare, dentro l'immenso, la memoria del caro fratellino.

Da quando si era trasferita con la famiglia sull'isola, trascorreva le giornate appigliata alle rocce. Dapprima si arrampicava sugli scogli accedendovi dall'acqua per poi salirci sopra, come un geco in bikini. La severità del suo allenamento non precludeva di condividere la pratica con Margherita, la sorella maggiore. A volte era possibile anche divertirsi; quel piccolo spazio di gioco dentro l’azzurro della Grecia le distraeva dal fardello perpetuo dei ricordi. In seguito, il corpo sempre più allenato di Francesca, chiedeva nuove aspirazioni, obiettivi più audaci, una meta che appagasse quel dolore insopportabile che era la morte di Giorgio. Soltanto lei ambiva a cambiare quello stato inanime del suo profondo abisso; - era necessaria un’azione potente per spezzare l’incantesimo – si diceva con forte convinzione, come per spronare la voluttà che si eclissava dietro le tende corvine della depressione. Margherita, all'opposto, non propendeva per l’azione “dura” e, in generale, non era affatto ambiziosa; si accontentava di assecondare la sorella, più giovane di sette anni. Le bastava un sorriso di Francesca per appagare la sua rinuncia alla notorietà. Da bambine, la più piccola si esibiva con i pattini a rotelle e Margherita sembrava potesse gioire delle floride abilità dell’altra, semplicemente seduta all’angolo più lontano degli spalti, paziente, senza sogni. Forse per le sue incapacità o, peggio ancora, per il suo declinare la vita, lasciava alla sorellina ogni gloria – lei è brava, vero? – si rivolgeva al padre che le teneva la mano, come a farle sentire che voleva bene a entrambe nella stessa misura.

Adesso Margherita osservava la sorella che, sotto l’incantesimo del dolore, aveva perduto quella brillantezza puerile. Essa si muoveva randagia per vendicare il fratello, determinata a conquistarsi la roccia più grande.

Giorgio era il più piccolo dei tre, ultimo arrivato, un errore profetico? I genitori, allora, erano già troppo adulti per un altro figlio, sicché il piccolo Giorgino, così era solita chiamarlo la vecchia nonna, nacque gracile, di salute dubbia, fra le nebbie avverse di gennaio.

- Io non capisco perché continua a punirmi in quel modo! - s'agitava la madre, preoccupata per le attitudini mendaci del figlio, che si appartava di frequente al bar di fronte alla scuola per saltare alcune ore settimanali, più spesso da quando l'insegnante di religione era stata sostituita dalla nuova, fanatica e illiberale. Giorgio che, ironia della sorte, si avvicinava a Dio più di quanto si potesse sospettare, mentiva a scuola, come a casa. La sua salute era sempre più arrendevole e il suo cuore impazzava al tempo caduco delle ore fatali, più prossime che mai al suono definitivo della fine. I suoi giorni camminavano al ritmo stanco del futuro già scritto, ma questo nessuno di loro ancora lo sapeva con certezza. Alla sua nascita qualche dottore, sì, aveva formulato ipotesi agghiaccianti per l'avvenire del fanciullo; ma l'udito di un genitore non fa entrare talune sonorità, così rimasero solo ipotesi innominabili. Negli anni, però, Giorgio s'infragiliva, senza comprenderne il vero motivo. Tutto in lui pregiudicava quella forza giovanile con cui un ragazzo spranga gli usci del mondo. Il suo incedere era sopito, un cetaceo che avanzava lento sul fondo di un abisso stravagante. Ma quella professoressa proprio non gli piaceva - doveva evitarla - gli aveva suggerito sua sorella Francesca, consigliera e scudo umano del piccolo cetaceo, il quale si auto esiliava al bar, ospitato amorevolmente dai due gestori che ormai da tempo lo avevano preso in cura. Sedeva alla roccaforte del suo tavolino, cuffie alle orecchie – che la città doveva rimanersene fuori dalla sua isola -, un succo di pesca che lasciava puntualmente imbevuto e tanti sguardi subito di là dal vetro, oltre il quale scorgere spie pronte a eliminare le pagine candide della sua condotta scolastica.

- Diamogli tempo, cara! È un'età così complicata; e poi, nelle sue condizioni, meglio non dargli il tormento, non credi? - il padre mediava gli affanni della moglie come il prete, in confessione, addomestica il peccato lieve dispensando il "Pater".

- Ha soltanto paura di vivere! Ecco perché è fallace! – Francesca, lo scudo, non sopportava che la madre insistesse nel considerare Giorgio un problema. Lo difendeva ad ogni costo.

Margherita, invece, osservava queste discussioni familiari dal buio angolo del salotto, in silenzio parsimonioso, come una cieca che vede davanti a sé solo ombre in movimento, macchie indefinibili e paralizza tutto il suo gesto in attesa che qualcuno le racconti la scena. Non s'immischiava mai, se ne guardava bene dal partecipare a quelle che definiva "le dispute dei poveri". Semplicemente osservava gli altri, impronunciata. Curiosità? Paura? Cosa la tratteneva dall'affermare sé stessa? Forse solo incapacità scenica? In fondo la vita è una grande finzione e, certo, Francesca amava calcare qualunque palco, all'opposto di lei, la maggiore, timorosa, è probabile, di essere scoperta nell'interpretare un ruolo. Indossava, suo malgrado, la maschera di bontà caritatevole. Sempre pronta a servire, ubbidire. Sciorinava sembianze di santa, ma dentro di lei qualcosa friggeva, schizzandole grasso dappertutto.

- Io non comprendo questa tua feroce campagna punitiva contro nostro fratello, mamma! - Francesca si agguantava la scena. – per quanto tempo ancora hai intenzione di ferirlo? Papà, ti prego, intervieni! -.

Il padre abbassava gli occhi, il mento e l’orgoglio tutto, come conteso fra due amori, che vanno sostenuti entrambi per non perdere i privilegi dell’uno e dell’altro. – Forse faremmo bene a cambiare argomento, cosa ne pensate? – era l’ultimo proiettile in canna, come solito sprecato senza vittoria. I suoi due amori si colpivano verbalmente, a voci troppo sguaiate perché Giorgio non sentisse, attraverso il muro della cameretta. Com’era possibile non accorgersi che l’oggetto dei loro bisticci era Giorgino, che viveva assieme a loro a pochi metri d’udito? D'altronde la madre non lo avrebbe tenuto quel figlio – un presagio? – era pronta ad abortire dopo l’”errore”. Per giorni si era dibattuta, consultandosi con il marito. Settimane di lacrime confuse, dopo le quali fu proprio lui, uomo pacato e di buone maniere, a prendere l’ultima parola, estraendo dall’albo dei padri l’antica frase – mi piacerebbe tenere il maschietto! -. Quando Giorgio nacque, precario e senza longeve aspettative, lei innescò l’inequivocabile punizione che perdura a tutt’oggi verso quel marito il quale aveva scelto secondo i dettami dell’amore, ma - noncurante dell’istinto di una donna -.

Francesca non permetteva alla madre tanta rabbia; voleva bene al fratello, era il suo miglior avvocato difensore. Così sfoderava tutta la sua arte per disarmare l’accusa. Istrionica e tenace riusciva quasi sempre a venir fuori da quelle dispute leccandosi i baffi, guardava Margherita con furbizia, cercando la sua approvazione e le strizzava l’occhiolino con infantile presunzione, comunicando in tal modo alla sorella che non aveva avuto alcun dubbio sulla sua vittoria, anche questa volta. Gli astanti ascoltavano Francesca, ognuno sedotto dall’incanto speziato che ella profondeva nel salotto. Il movimento generoso del corpo danzava tutto quel boato concettuale che le si esplicava da dentro. La madre, spossata dall’oratoria stregonesca di quella figlia, partorita in tempi migliori di questi, riusciva delicatamente a sbofonchiare: - è possibile che tu abbia ragione Francesca, è possibile -. Si arrendeva, dunque, al match sul ring degli affetti e, come tante altre volte, si alzava dalla poltrona verde bottiglia di finta pelle, puntava con amorevolezza la figlia loquace, un buffetto su quei guanciotti rubizzi e brucianti di giovinezza e con un bacio delicato le riconosceva tutta la vittoria. Poi salutava il pubblico, ammiccando al marito usciva da quella stanza come se non avesse piedi e si dirigeva alle camere, per portare la sua benedizione a quel figliolo, oggetto frainteso e fragile, ultimo cucciolo del branco.

Le quisquiglie serali su Giorgio erano sempre più frequenti; la casa si tingeva troppo spesso di un colore sbiadito e marcescente. Qualcosa scivolava veloce dentro il pericolo. Il povero ragazzo soffriva tanto delle incomprensioni materne quanto per la debolezza del padre, il quale, per non far torto ad alcuno, non palesava quasi mai la sua posizione, dissolvendo sempre più la sua autorevolezza paterna agli occhi del fanciullo, che dopo tutto cercava nel genitore un riferimento robusto. C’erano poi le arringhe infuocate di Francesca in sua difesa - raptus narcisistici della sorella? - che, è probabile, - desiderasse tutta l’attenzione familiare per sé - pensava Giorgio, sentendola guerreggiare con gli artigli affilati della favella. Infine Margherita, con i suoi silenzi cinematografici, veri e propri primi piani d’autore inanimati, profondeva totale e silenzioso distacco, dichiarazione di “non appartenenza”. Tutto questo a Giorgio destava il peso della croce sacrificale. La sua condizione di salute si torceva nelle paludi di una vita inferiore, una di quelle vite designate alla sottrazione di sé stessa, troppo presto, prima del pensabile.

Era di nuovo Natale. Le passeggiate al corso erano comunque le stesse in ogni stagione. Solo che ora nevicava con insistenza e le strade si annullavano in tutto quel bianco.

Quanto bianco sarebbe servito ora per riscrivere una storia familiare? In pochi anni, a casa dei nostri cinque annodati nei lacci dell’affetto, pure i pensieri si erano congelati, ricoperti di una strana glassa ghiacciata che impediva alle loro bocche di comunicare. Giorgio, congelato già da prima di quell’inverno, ora incastonato nel bozzolo del suo nuovo performante lettino medicale – la madre aveva scelto per la degenza parentale – ultimo figlio indesiderato sarebbe stato il primo a desiderare quel luogo da dov’era provenuto, tanto da tornarci fra pochi sonni. I suoi polmoni raccontavano, ora, la vera storia del ragazzo, un autentico tracciato di informazioni sull’arte del vivere. Raccontavano la tristezza, esibita nel corpo tumultuoso della tosse cronicizzata, febbrile. Il torace, esiguo, si spezzava ad ogni escrescenza che pareva tracimare dalle tenebre. Giorgio sputava con dolore tutto l’amore non ricevuto, in quella stanza di casa che non aveva mai sentito tale, con l’assordante clamore della tosse, quasi anelasse a lasciare un pezzetto di sé in quel luogo nel quale solo ora, ironia del fato, poteva esistere veramente.

In primavera, lo schiudersi dei profumi nei campi, mentre le cose del mondo scalpitavano per uscire fuori, l’esistenza di Giorgio, irreversibilmente, si ritirava dentro. Quella vita “sbagliata”, di martedì pomeriggio – il padre cercava di attribuire un senso a quella temporalità – salutava per sempre i suoi affetti, raccolti nella stanza del ghiaccio, ancora intatti, per poco, prima dello schianto.

L’anno successivo alla morte del fanciullo si decise per il viaggio. Doveva essere una meta sconosciuta, priva di ricordi, - fuori dalla patria che li aveva traditi – piangeva ancora, la donna, il suo fallimento materno. Fu proprio lei a proporre quel viaggio, uno shock inebriante per tutti. In quel cerchio silenzioso si stipulava l’accordo corale: i quattro superstiti dovevano “morire” anch’essi in quella casa e concedersi una nuova opportunità altrove – da maggio a novembre, almeno -. La Grecia li avrebbe attesi con la festosa luminescenza del sole caldo e gli effluvi del mirto sempreverde. La nuova Patria mediterranea sarebbe stata la culla del loro secondo principio. In autunno, al loro rientro in Italia, si sarebbero poi trasferiti in altro appartamento, ripuliti – questo faceva parte dell’accordo non detto – da certi fantasmi.

La calura bruciante sbiadisce i ricordi della nostra Francesca, ancora aggrappata alla roccia! I sassi-teschio la tengono d’occhio da basso. Non piange mentre ricorda. Pensa soltanto che - ha ucciso un fratello, lei ora deve vivere -. Pensa a come cavarci la pelle, a come raggiungere la sua seconda “possibilità”. Pensa che nessuno, forse, aveva scalato questa parete poco affabile prima di lei, vanto del sopravvissuto - ma lei ancora non lo era – il pensiero riottoso tentava di dissuaderla. Di nuovo il fratello ammalia tutta la sua attenzione – vendetta del prematuro defunto -: i piccoli polmoni del morto vengono proiettati sul maxi schermo di quello scoglio preistorico, esili e stanchi; e poi l’immagine degli occhi burattati dal liquido della tristezza e, ancora, i disegni arrembanti e imprecisi (Giorgio pastrocchiava spesso il tratto di muro dietro il suo lettino: briciole di arte parietale arcaica, forme semplici, linee grezze, siluette animali; la sua vita era su quel pezzetto di muro nascosto, solo Francesca sapeva). Quei ricordi mordaci svelano improvvisamente, al “geco” appeso al tufo, la vera necessità di vivere. L’impellente risveglio muscolare dirige la ragazza geco, ora scimmia abitata da uno spirito indomito, fino al promontorio, finalmente la cima – salva! – una voce in lei deve ripeterglielo più volte per poterci credere. Tutta la fatica, nell’atto estremo di sopravvivere a un destino che si stava tingendo di nero, trasforma evidentemente il corpo di Francesca, ora cereo, morente. Approdata sul cielo, il baratto fra la morte e la vita è lo svenimento esamine, lassù a quell’altitudine che s’interpone fra il mistero divino e ogni cosa che, sotto di esso, cerca semplicemente di esistere. Sospesa sull’altipiano del mondo, ferita dalla colluttazione con la pietra, esangue e sfranta, conquista piena vittoria sul cimitero dei sassi, che l’attendeva ingordo da basso! La calura della luce perpendicolare è sfrontata sul corpo lungo di Francesca che si discioglie veloce in migliaia di goccioline compatte che tentano sgarbatamente di ricomporsi, come tante particelle di mercurio.

- Ti prenderai un’insolazione – qualcuno sta parlando?

Lontano, come al di fuori di un sogno, la svenuta riconosce suoni umani. Ancora non ha ripreso del tutto coscienza, i sensi non mettono a fuoco la percezione, che rimane sbiadita nella nuvola dei dubbi. Qualcuno – ma chi? – le afferra con dolcezza una gamba; questo particolare, “dolcezza”, le pare chiaro in quel fuligginoso stordimento e sente un’insolita commozione, al tocco della mano sconosciuta. Il corpo di Francesca tenta una ripresa enfatica, quasi un impulso Pavloviano, ma le membra, estenuate e deboli, le impediscono la perfetta verticalità, disequilibrio che la fa cadere nuovamente a terra. La deflagrazione ha lo stesso effetto dell’acqua gelata: uno scoppio di occhi, le pupille protese per la reazione – vanno strofinati quegli occhi senza visuale – e nel farlo l’immagine insabbiata si schiara e diventa fin troppo nota davanti a lei.

L’onomatopea del grido riaccorpa il sudore al mercurio della ragazza: - Giorgio!!!! –.


lunedì 20 maggio 2024

gli amanti longevi

 


.... hanno accordi silenti, indichiarabili ..

Sostengono l'enigma fino al crepuscolo del loro esistere assieme,

due complici di un delitto perfetto.


Il segreto si estende nel tempo,

nutrito d'amore, spettinato da innumerevoli delusioni.


Ognuno dei complici tenta svariate fughe dalla scena del crimine,

senza risolvere mai altrove..

vi è un'attrazione speciale nell'essere complici di un misfatto:

si è salvi solo se uniti per sempre.


Ciò che lega gli amanti longevi:

condividere con amicizia la stessa florida affezione.


mercoledì 15 maggio 2024

una madre


 ....ad ogni modo..

una madre passeggia di consueto i giardini profumati del cuore.

Ne frequenta le primavere, 

gonfie di pigmenti generosi,

quand'anche gli inverni aridi rattristano l'umore.


In quei giardini,

ivi le stagioni si susseguono voraci,

la madre impara ad esser donna.


L'arte di esistere ha l'età dell'esperienza,

sicché la madre è più bella se cerca sé stessa,

laddove s'assenta la prole.


Perché, in fondo,

i figli s'han da regalare al mondo 


giovedì 9 maggio 2024

venuta al mondo

 

La tua pelle,

eterogenea,

sboccia,

sulla crosta fragrante di questa vita.


Nel fragore dei fiori novelli,

incarni, fra tanto verde,

il nuovo, traslucido pigmento.


Di beltà colori gli astri,

sulle giovani notti.


Sole vermiglio,

discreto, il candore di tutte le albe fortuite.

Luna gentile,

il viso pieno, nel sonno della conoscenza.


Verginale 

rammenti, a noi che ti guardiamo confusi,

l'errore,

l'esserci smarriti nell'oblio.



mercoledì 8 maggio 2024

l'occhio robusto della corteccia


Accucciata, 

sotto il tiglio imperioso,

nervosa, come al primo appuntamento,

giungo le mani e ringrazio.


"Perché?", mi dico.

Ciò che voglio è un rapporto alla pari, diretto, frontale!

Non intendo instaurare con l'albero una relazione claudicante, i cui piani poggiano su livelli disgiunti e lontani, tali da separarci.

Il tiglio stesso lo chiede!

Le foglie panciute, fresche di verde primaverile esaltato da venature incisive, sembrano tacere e allungarsi per stringermi la mano, intuisco.

Il loro fruscio è confidenziale, sinuoso.

È chiaro che tentano di corteggiarmi.


Provo amicizia, fin da subito!


Guardando la moltitudine di rami, mi chiedo se siano tutti suoi.

Sto immaginando che il tiglio padre ospiti un gran via vai di prole (tutti i suoi folti bracci).

Innumerevoli tigli, lassù, nel fittume di quella chioma generosa (?).

Forse è così anche per me.. "siamo in troppi qui dentro", osservo cauta.


Che poi, cosa cambia?

Dovrebbe significarmi un insieme di simili avveduti, che si orientano verso una sola intenzione..

Forse è proprio questo che rende i piani della nostra conoscenza disgiunti....

l'arbusto si espande armonico nella molteplicità, mentre in me la pluralità si esprime goffa e mi fa sentire precaria.


Il tiglio, 

attraverso l'occhio robusto della corteccia,

mi vede,

esigua, sudata.

Esorcizzare la forza di tanta natura pervadente è fallace!

Mi arrendo e mi lascio guardare 



domenica 5 maggio 2024

il canto balordo della vertigine (racconto breve)

 


Il vapore del bagno caldo aveva eclissato, come un sipario che va celando la scena, il volto silente nello specchio.

Quella feroce sparizione aveva generato un grido, dal profondo ignoto.

Poco prima il viso rifletteva tutta la mia crudezza. Greve e pallida la carne, come posticcia sulla maschera Bauta, mi aveva ricordato le donne del secolo scorso. I loro segni, impavidi, esibivano la decadenza dei sogni frantumati. Guardandomi ne ero terrorizzata!! Quegli scavi, sotto gli occhi tumidi, mi ricordavano fosse cimiteriali, pronte ad accogliere nella loro oscurità la vita che si era arresa.

Ero così attenta a cercare il segreto, intrappolata nelle pieghe di quei segni, da non accorgermi che lentamente venivo cancellata dal vapore.

La stanza da bagno mutava in claustrofobica sauna finlandese; ogni cosa assumeva il medesimo colore dell'evanescenza.

Il corpo si vanificava nel tepore grigio che affrettava la mia estinzione dal presente. Il calore nella stanza era così rovente che piangeva i suoi fumi. Ed io, senza più un volto riflesso, senza più un corpo definito, esistevo unicamente nella dimensione percettiva.

Le sensazioni stavano creando una me nuova. La cecità mi rivelava una vita oltre il conosciuto. Ero quasi felice, adesso, per non vivere nel visibile e mi muovevo in quel groviglio umido con la materia indistinguibile del corpo.

Avevo finalmente raggiunto la cascata dell'acqua che piombava dalla doccia. Calda, la sentivo spumeggiare sulle mani. Fui avida! Mi precipitai sotto quel getto così affettuoso, quasi che lo scrosciare dell'acqua sul corpo potesse ridarmi una forma riconoscibile.

L'acqua, benedizione estatica, mi dava sollievo! Era come approdare sulla terra ferma, dopo tanto mare aperto.

Ne fui sorpresa! Avevo davvero creduto che mi sarei perduta per sempre? Era, dunque, così facile smarrire la memoria di sé? Prima di tutto questo, chi ero? Cosa mi attendevo dal volto riflesso in quella superficie bagnata? Un impulso narciso, menzione del proprio fascino? O, forse, paura di essere quell'espressione di cruda verità?

In tali quesiti lasciavo che il bagno caldo scivolasse sulla pelle che ridiveniva, in pochi attimi, consistente e rosea.

Finita la toletta, ancora incastrata nel torpore acquitrinoso di quel sogno, aprii decisa la stanza-sauna, liberando al di fuori piccoli banchi di fumo palpabili che si liquefacevano, poi, sulla vetrata della porta. Uscire da lì significava lasciare per sempre un'esperienza e decisi di farlo, senza udire i grappoli di pensieri che ponevano resistenza.

Lasciai definitivamente la stanza dei vapori per entrare nella realtà, riscaldata soltanto dall'accappatoio di spugna color lavanda.

Quell'eccesso di emozioni e radiose rivelazioni dell'animo mi permettevano, ora, di vagare scaltra nel perimetro luminoso del nostro appartamento. Inventavo balorde canzoni di sana pianta e danzavo sfrontata, frizzante di gioia, in un festoso e impudico abbandono di sensi, quando, nello svolazzo irrefrenabile, atterrai sul pavimento del cucinotto. Precipitai sulle trame rosse del tappeto persiano come cadendo da una giostra in corsa. Il tonfo, sonante, deciso, non impedì alla bambina dentro me di ridere dal profondo. Ero nuova!! Valeva, dunque, la pena celebrare!

Dalla piccola finestra della sala da pranzo, un occhio rettangolare sospeso al centro della parete, potevo mirare la distesa azzurra, puntinata di minuscole barchette sbiadite dal sole infuocato delle tredici e trenta. Sul fondo, lontano, una lastra blu, incisa da una linea orizzontale impeccabile, sopita nell'impalpabilità dell'orizzonte.

Come da bambina, anche adesso, contemplando il mare, vedevo guizzare sulla schiuma delle onde una sirena, la cui pinna, imperlata di scaglie dorate, schioppava fuor d'acqua e, subito al di sotto, elegante e lasciva si dileguava nei fondali abissinei.

Nuovamente mi sdoppiavo:

sul tappeto, gaia e luminosa, accettavo il destino umano; fra le onde, laggiù, ero invece donna pesce sprezzante, vittima di una possessione, liberata, forse, dal dogma terrestre.

Lentamente mi addormentai, dentro il labirinto damascato del tappeto, lunga e felice, senza saperlo.


sabato 4 maggio 2024

le istruzioni smarrite

 



Ricordami gli appuntamenti imperdibili della vita.

Devo aver smarrito le istruzioni.

Perciò il mio proseguire è fatto, ora, di alcune vivide certezze e a queste mi attengo:

l'atto del nascere,

i giochi insoddisfatti dei bambini,

lo strazio dei malanni 

e tante mattine malinconiche.


Dimenticavo:

i gigli fulgidi in primavera,

certi rari arcobaleni affrescati su cieli bronci,

le lunghe e profumate sere estive.


La musica,

quella sonata e quella udita.


Ho certezza, rovistando nella chincaglieria della memoria,

di sonni grevi, profondi,

frantumati nelle cavità umide di altre cento vite, fra loro connesse.


Di tutte le istruzioni ricordo che i fratelli vanno saputi amare anche a distanza 

e che non vi è nulla di più nobile di un pensiero ben rivolto.


Ripenso al guaito del cane abbandonato, 

che, con tutta la sua natura,

cercava verosimilmente l'apparenza umana.


Ora ho ricevuto un insegnamento:

"non fare promesse che non puoi mantenere!"


Fra innumerevoli statistiche ve n'è una curiosa:

ad ogni vita che si spegne,

corrisponde la nuova nata,

già pronta a sbocciare....


Credo di ricordare che, nel libro delle istruzioni perdute, vi fosse una nota a margine..

Più o meno citava:

"Se non rammenti il senso,

non cercarlo!

Tutto il vissuto è un bellissimo Sogno!!"


giovedì 2 maggio 2024

nudità mediocri


 Lo strumento musicale 

si arrischia il compito di traghettare l'inconosciuto 

verso nuovi linguaggi,

incomprensibili ai più.


Giace in me,

nell'abside concava del ventre,

vibrante come tremore d'animo.


Istruisce il corpo all'abbraccio integrale,

quand'egli s'indaffara con la disobbedienza di un muscolo riottoso.


Sacrifica il soave, 

si accontenta di mille suoni mediocri.


Vive la mia stessa pelle,

i sentimenti più crudi,

gli umori arcaici.


Non ho più scampo..

la sua funzione:

svelare ogni mia nudità!


martedì 30 aprile 2024

era meglio ridere


 Ho promesso:

non rimproverare più alcuna fragilità!

Di fronte alle quali 

sorrido, ora, con impudicizia.


Era molto meglio ridere 

quando, severa, giudicavo l'imperfezione.


Così poca cosa ero

nel verdetto impietoso.


Bastava solo risplendere,

ìlare,

spogliarmi dell'armatura 

e liberare il cuore fanciullo.


virtù egocentriche dei fiori

 



Avevo raccolto un fiore,

una volta..


Me ne rammaricavo,

afflitta per la barbarie.


Strappare vanità 

ai loro giardini..


Quel fiore, emblema di candida virtù,

mi piaceva

e anelavo tenerlo tutto

per me.


Volevo fosse mio

e lo avrei restituito alla terra.


Che egoista!

Possedevo tutto!


Volevo averlo e dispiacermene.


domenica 28 aprile 2024

il giaciglio dei poeti


 

L'unica vera Patria 

a cui riconosco eccelse onorificenze 

è, a gran merito: il Letto!


Vorrei celebrare il letto dei poeti,

tempio sacro di plurimi rituali,

penisola che, dal muro verticale a spalliera,

si estende all'interno della grande pancia della camera dei sonni.


È luogo d'incanto e trasformazione.


Una zattera leggera, 

il letto,

su cui, lasciva, mi concedo agli effluvi germogliati nella scrittura,

nella lettura rapace,

nei pensieri intricati.


Mi lascio galleggiare,

ove la vita orizzontale si fa' lieta.


Il corpo sfrutta l'ozio,

incoraggiato dal comodo giaciglio,

si nega alla verticalità,

rifugia tutto sé stesso nel capezzale dei sogni.

Orizzontale, il corpo, è fuor di dubbio fucina creativa di forme audaci.


Il letto in questione è luogo magico,

ove l'occhio s'allena all'esperienza visionaria.


È qui che s'affollano le arti 

è qui che s'incrociano le preghiere

con i pianti, insaziabili.


Su questo esotico veliero appiccico la mia carne animata.

Da qui non voglio più scendere.


la pazienza dell'acqua

 



Con avidità uccido la Conoscenza, 

ignorando profondamente le antiche Intelligenze.


Quanto più desidero,

tanto più vanifico.


Il "Sapere"

conosce la lentezza (forse è tartaruga)

e .... attende.

Non divora le cose,

si nutre di esse con amore paziente.


Quando l'acqua scorre,

la contempla.

Niente angoscia!

Solo acqua, mondo parallelo..


Il "Sapere"

agisce nel silenzio 

e può Tutto,

anche Morire,

senza l'avidità bruciante della paura,

senza il sussulto delle ossa disincarnate e lievi.


Morire,

fra l'acqua scivolosa..

Morire,

ecco Tutto!


giovedì 25 aprile 2024

i giochi invisibili


 Ti ho vista carezzare le siepi dei giardini.

Camminavi lesta,

per frusciare la vegetazione croccante sulla pelle curiosa della giovane mano.


Eri tu,

impavida, a far suonare il metallo dei cancelli,

con le dita distese e turgide?


Credi ancora che le cose toccate si accendano di fervore?

Pensavi di alterare la verità, in quel gioco "illecito"....

Bugia puerile!

Reale era tutto ciò che sentivi!


Ti precipitavi su strade longilinee, schiantate nel sole,

in cui difficile è sapere dove si è realmente.

Sui marciapiedi infuocati d'agosto si può essere invisibili e, al tempo stesso, 

ogni cosa immaginata.


Ti osservo, poi, sul cuscino di sabbia.

Il tuo gioco è muto, mentre spasima a gran voce, il mare,

 e s'inghiotte, fra le spume salate,

le incisioni che foggiavi scavando quella poltiglia.


- scavare, scavare - 

Cavarci lo svago da ogni dolore!


Intarsiare di noia la corteccia del pino,

gesto fulmine dell'impulso ....

ivi, incidere in bel corsivo il nome, per non scordare..


Poi, daccapo, 

fuggire la bellezza del mondo.


Il tuo sorriso immoli alla nera luna 

mentre sogni, delusa,

i giochi invisibili della notte


lunedì 22 aprile 2024

Undina (dagli elementali di Paracelso)


 Raccontami una storia,

tu che partecipi alle favole con incanto.

Che ruolo avremo,

in questa fiaba senza ritorno?

Imbratteremo le nostre corse, mordendo fragole sanguinose?

Ci sarà spazio per le capriole ridanciane,

gridate nei crepacci della terra?


Più in là,

oltre i papaveri fascinosi e smaltati,

raggiungo il grande lago,

brodoso e smeraldino,

brillante sotto gli astri.


Attendo che mi raggiungi,

inginocchiata sul verde croccante.


Le acque mi chiedono d'entrare 

e svaporarmi, come Ondina dai capelli d'alga.


Ecco perché non mi hai trovata:

il brodo fresco mi ha resa evanescente,

come la luce sotto la superficie.


Ora, fammi uscire!


La vita, fuor di questa fabula,

è tenerci per mano.


domenica 21 aprile 2024

il corpo Re


Ho percorso strade impervie

sedotta dalla legge del Re:

"Punizione o Ricompensa".

Con la prima giustificavo le mie debolezze.

La seconda mi è servita per gratificare le aspettative,

fin troppo ambiziose perché potessi ricevere in cambio il giusto riconoscimento.


Frattanto il corpo sentiva e, qualche volta,

lanciava i suoi moniti.

Nel corpo vi è la capacità di ogni fallimento.

Esso mira a comunicare con l'ottuso nostro essere,

per sviarlo, credo, dalla tentazione di essere ricompensato

o, al pari, punito.


Il corpo assume le sembianze del dolore,

affinché possiamo svelare gli errori del pensiero.

Soggiace alle metamorfosi più stravaganti

e quando la nostra indifferenza è troppa,

si mortifica del tutto.


Sotto l'abito di questo corpo

respira una creatura ottusa,

satura di pensieri;

essa crede con forza di potersi disfare del vestiario fisico, pretende togliersi l'ingombro al più presto.

"tanto l'anima si basta da sola"..

non sa di irretire sé stessa in quel pensiero banale..


È allora che il corpo si fa' fortezza 

e rapisce la povera anima,

segregandola nella fredda torre.

È questo il luogo nel quale Essa

impara (è plausibile) ad amare il suo Re.


sabato 20 aprile 2024

baci restituiti




Tanto all'amore non giovan quei baci. 

A esso va dedicato l'orientamento,
l'allegrezza degli sguardi contigui,
la cura delle parole magiche,
gli abbracci salvifici.

E, poi,
dopo l'esser presenti ai pianti e ai sorrisi,

.... i baci,
questi, tanti, 
all'amore van restituiti.



il sogno felice d'esistere

 



Ricordarmi del buio, 
quando la luce gonfia la pelle.

Sapere che vi è un'ombra di solitudine,
fra le trame tessute nel sole,
 tanto cara all'animo 
che giustifica, in essa, la sua caducità.

Sentire i chiaro scuri
nell'allucinazione del vivere.

Rincorro la promessa,
inciampo nell'oblio.
Noncuranza che tradisce il sogno felice d'esistere.

Questa luce, nello spasmo del cuore,
si ravviva mentre infilo, distratta,
una mano in tasca
e mi ricordo, allora, di aver vissuto quale sagoma disincarnata.

In tale, nuova luminosità 
scorgo, altresì chiaramente, 
la forma di questa materia bellissima.

Scalza, mi aggiro fra i recinti polari che mi contengono 
ora grigia, ora maculata di fulgidi sorrisi.

Ricordarmi di tutto,
lontano o attiguo,
il volto doppio di persona umana.

venerdì 19 aprile 2024

le ore delle rose


I giorni si realizzano spicci

e i petali si sciolgono, incalzati dalle ore fulminee,

immemori del loro colore.


Dissipare la carne,

tentano le ore, incapaci di estinguerne la virtù.


Ciò che sopravvive in chi ama la rosa 

è il penetrante, 

prolungato profumo,

sì che le ore delle rose odorano perpetue 


giovedì 18 aprile 2024

il "Dopo" dello svelamento



Dopo ciò che avevamo atteso con bruciante fervore, 

non rimane che il prossimo bruciante desiderio,

il quale cederà posto, 

dopo, 

ad un altro sospiro agognato e, 

dopo, 

l'urlo esausto dell'inafferrabile, taciuto solo dal rinnovato bisogno,

riacceso, poi, dal venturo:

"dopo"!


Ogni nostro "dopo" sgretola il promontorio a strapiombo, fino a polverizzarlo nel mare rosso dell'ineluttabilità.


Realizzo così che l'ossessione degli infiniti ricominciamenti dà luogo all'unica legge gravitazionale reiterata nell'umana natura:

"Siamo sospinti all'imperituro basso piano dell'adesso, il quale sempre illude le nostre attese".


l'Appuntamento






I fiori, nei campi, si adunano all'appello, con gioia.
Hanno atteso la stagione, pazienti, nell'intimità dei loro involucri.

La nostra stagione incombe.
Con sollievo schiudiamo i petali profumati!
Ritroviamoci al fresco profumo dei ricordi e delle vite nuove!

Tu ed io, fiori del mondo, coloreremo questo giorno di affetti.

La carne dei nostri pistilli sarà lucciola briosa nel buio dell'Anima.